Articolo di Emilio Aurilia
Quando il cantante Rod Evans e il bassista Nick Simper abbandonano Ritchie Blackmore (chitarra), Jon Lord (tastiere) e Ian Paice (batteria), sostituiti rispettivamente da Ian Gillan e Roger Glover, (siamo ai primi anni settanta) si apre per i Deep Purple (questo il nome della band mutuato dall’omonima canzone di Peter De Rose) un periodo magico che li pone al livello dei Cream, Led Zeppelin, Iron Butterfly, Black Sabbath e Atomic Rooster gruppi dediti ad un heavy rock energico.
Il 1971 li vede impegnati in due album: “In Rock” dove rifulgono episodi come “Speed King” e l’avvolgente lunga “Child In Time” e “Fireball” col brano omonimo. Sarà però “Machine Head” dell’anno successivo il prodotto che più li identifica: “Highway Star”, “Never Before” e soprattutto “Smoke On The Water” divenuto il logo per la band come ”Moby Dick” per i Led Zeppelin.
Dopo l’episodio dal vivo “Live In Japan”, Gillan e Glover escono per la prima volta sostituiti rispettivamente da Dave Coverdale e Glenn Hughes per l’album “Burn”. L’anno successivo è quello di “Come Taste The Band” che vede Tommy Bolin a sostituire Blackmore uscito per formare i Rainbow.
Ci vorranno quasi dieci anni (1984) per la nuova uscita di un prodotto discografico “Perfect Strangers” che registra il ritorno di Gillan e Glover nell’intento di far rivivere al gruppo i momenti migliori.
Da allora l’alternanza di prodotti solisti, esperimenti con altre band o con la loro creazione, defezioni e, purtroppo, lutti fanno calare di notorietà i Deep Purple, benché tutt’ora in attività, come testimonia l’ultimo “Turning To Crime” (2021) un album esclusivamente di cover, dove la formazione prevede oltre a Gillan, Glover e Paice, il chitarrista ex Kansas, Steve Morse e il tastierista Don Airey che vanta collaborazioni con Ozzy Osbourne, Rainbow e Colosseum II.